INTERVISTA SUL CALCIO

Il suo modulo tattico?

Il 4-4-2. Davanti una punta di peso e una più di qualità (Recoba-Maniero al Venezia, Flachi-Bazzani, Bonazzoli-Quagliarella alla Samp tanto per fare un esempio). In mezzo al campo un regista dai piedi buoni . Dietro difesa alta e in linea.

Quali sono i suoi più grandi valori, nel fare la propria attività?

La lealtà innanzitutto. Lealtà verso il prossimo, verso la squadra. E credo sia un valore che mi è stato sempre riconosciuto. Poi la disciplina, e l’organizzazione.Ognuno deve conoscere il proprio compito, ognuno deve sapere quello che deve fare. Devono conoscere il proprio avversario diretto sul campo, tutti, sapere come affrontarlo….

Quanto tempo pensa al lavoro, quando non lavora?

Alla fine il pensiero cade sempre lì. Io non credo a chi dice che, finito di lavorare, stacca e non ci pensa più. Non credo che uno riesca a fare questo. Io finisco sempre per pensare a dove ho sbagliato, a dove posso migliorare; ripeto, non credo a chi, finito l’allenamento, va a casa e stop. Io, quando finisco, devo studiare, devo riflettere sullo stato d’animo di un giocatore, pensare all’ultimo allenamento, pensare a chi non gioca e a come aiutarlo… Penso che siamo tutti uguali alla fine, e che tutti pensiamo sempre al nostro lavoro. Solo se lo si ama? Beh sì, se lo si ama. L’importante è farlo con grande serietà, sempre.

In famiglia non mugugnano mai per questo?

No, sono contenti quando le cose sul lavoro mi vanno bene; ne guadagnano in serenità e in tutto il resto. E’ tutto collegato, sì.

Viene spesso definito un “aziendalista”.

Faccio parte di una categoria di allenatori di un certo tipo, noi siamo aziendalisti: cerchiamo di fare gli interessi del nostro datore di lavoro, tutto qua. Ma se ho da dire al mio presidente ‘mi prenda questo’, lo faccio. Se però posso farlo risparmiare, perché non farlo? In fondo, il datore di lavoro mette tantissimi soldi, io cerco di ottimizzare i suoi investimenti.